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Dal disfacimento del “Casino” di contrada Magone un monito

Scritto da il 1 Nov 2010/ 12:53. Letto 2.251 volte. Registrato sotto Cronache, Galleria Foto, In evidenza, Ribera. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

Nicolò Riggi è un cultore appassionato di storia locale, sin da quando, da giovane studente di Scienze politiche, realizzò una tesi sulla storia di Ribera. Rivera de Moncada – questo il titolo enigmatico della tesi di Riggi, donata nel lontano 1987, insieme ad un’altra sua ricerca sulla Perigenesi del territorio di Ribera, alla biblioteca comunale, nelle mani di Santo Palermo garbatamente riconoscente nei confronti di Riggi per il suo contributo dato alla storia riberese.

Una città senza passato è una città predestinata a non avere un futuro” – ama ricordare ai suoi concittadini Nicolò, che rimane esterrefatto quando, durante le sue esplorazioni storiche, passa accanto ai ruderi disseminati lungo tutto il vasto territorio riberese, retaggio di civiltà passate e non adeguatamente valorizzati, secondo il suo punto di vista, dal passaggio delle varie amministrazioni che si sono succedute nel tempo. «I danni provocati dall’abbandono di antichi e preziosi edifici presenti sul territorio, – sottolinea Riggi – o di quanto di storico custodisce la nostra cittadina, da parte degli amministratori del passato fino arrivare agli attuali, i quali nel corso del tempo hanno operato a colpi di calce o di piccone, oppure guidati da idee distorte, sono di gran lunga maggiori rispetto a quelli provocati dai “vecchi barbari antichi o da quei popoli che cancellavano le storie delle città, mettendole a ferro e a fuoco”.

Gli amministratori dovrebbero avere la cultura della conservazione, invece,  risultano talvolta essere noncuranti delle risorse del territorio. Basti pensare, soltanto per un attimo, a cosa fecero gli amministratori dell’ottocento per portare i confini della Vecchia Ribera ai confini del territorio attuale.»

In che modo gli amministratori hanno trascurato il territorio?

«Già nel lontano 1987, agli amministratori di allora, con una lettera regolarmente protocollata e da me sottoscritta, insieme a Michele Santoro, Antonio Napoli e Raimondo Lentini avevamo richiesto un piccolo sostegno al fine di realizzare un’analisi geo-storico-scientifica del nostro territorio. Ma la nostra richiesta fu ignorata. In tempi più recenti, nel 2007, abbiamo costituto un comitato di cittadini, di cui sono stato promotore, con la finalità non soltanto di rendere fruibile la strada Pupi/Camimello, ma anche  di creare un ulteriore sbocco al mare. Alla nostra richiesta, sottoscritta da altri 135 cittadini, non è mai stata data alcuna risposta ufficiale. Tra l’altro, ritengo che un eventuale accesso al mare su quel versante di costa riberese sia non soltanto nel nostro interesse e degli abitanti dei paesi limitrofi, ma anche delle generazioni future.»

Cosa l’ha maggiormente stupita durante le sue ricerche su Ribera?

«La nascita della nostra cittadina risalirebbe al 27 giugno 1627, ma la storia del suo territorio risale alla notte dei tempi. Ribera è uno dei tanti cocci rotti della storia di tante civiltà passate in Sicilia, i cui frammenti cerchiamo di  ricomporre con grande passione. Uno di questi, ad esempio, è la lapide andata perduta, che compare nella foto scattata insieme a degli amici indicativamente attorno agli anni ’80 – non ricordo se a scattare la foto sia stato Franco Spallino, buonanima, o Rito Greco. Tutti insieme allora, appassionati e innamorati della nostra Ribera, andavamo alla ricerca di curiosità. La lapide era posta sotto una finestra della casa del “Casino” in contrada Magone, che già allora, vent’anni fa, era in stato di degrado. Adesso è completamente diroccata, al punto che non si ha più quasi la percezione della sua maestosità. La casa domina dall’alto l’intera vallata, compresa la fascia costiera alla quale si intende porre mano con il Prg turistico, contemperando – è il mio auspicio – le esigenze di un turismo d’élite con i bisogni, i costumi e i valori della nostra civiltà qualitativa.»

Perché si chiama contrada Magone?

«Forse non tutti sanno che la contrada omonima deve il suo nome a Magone, che era il fratello di Annibale, figlio di Amilcare (soprannominato “Barak” che nell’antico cartaginese vuol dire fulmine) della dinastia dei Barca. Egli, a fianco di Annibale, invase l’Italia combattendo strategicamente numerose battaglie. Il  condottiero Magone, secondo le fonti ufficiali, fu ferito in modo grave in Insubria in uno scontro contro i romani ad opera del proconsole Marco Cornelio e del pretore Publio Quintilio Varo. Richiamato in patria dalla sua Cartagine, imbarcatosi sulla sua nave a Genova, si mise in viaggio ma perì per le troppe ferite riportate nei pressi dell’Africa. Grazie al prezioso contributo del prof. Domenico Cufalo alla traduzione dell’epigrafe latina sulla lapide del 1775, siamo certi che la baronia di Magone era stata prima territorio di appartenenza dei Cartaginesi e che era famosa per l’ottima produzione di vino e olio, come riportato da Diodoro Siculo nella sua Biblioteca Storica (lib. XIII vv.84,1). Ed è possibile – ma è soltanto una mia supposizione – che i soldati ai comandi di Magone (o Magone stesso?) ritennero di seppellirlo proprio nell’attuale contrada che porta il suo nome.»

Con tanta storia, ci sono i presupposti per valorizzare al meglio il nostro territorio…

«Colpisce la costante volontà di non prendere atto di un principale aspetto pertinente la nostra epoca, vale a dire la contemporanea globalizzazione dei consumi, tra i quali fondamentali sono quelli storico-paesaggistici. Emerge l’incapacità di governare questo fenomeno, che spesso sfugge al controllo da parte delle autorità regionali e nazionali, per non parlare delle amministrazioni locali, chiamate a negoziare i termini e le condizioni degli investimenti sul territorio. Relativamente al “mercato” storico-artistico e ambientale delle città, accade infatti che i pacchetti (percorsi, tempi, modalità) del turismo “culturale” di massa o d’élite siano dettati da agenzie – che in molti casi risiedono altrove, persino all’estero – più attente al patrimonio aziendale proprio che non al patrimonio culturale altrui. I turisti che transitano nei nostri luoghi, viepiù sciamannati e deportati, “usano e gettano”; di contro, il cittadino e l’amministratore locale non raccolgono da questo transito alcuna risorsa duratura. Quindi, è necessario un controllo di questo neo-colonialismo mercantile attraverso urgenti interventi di negoziato preventivo nel rispetto del patrimonio nostro. Le agenzie turistiche (giapponesi, tedesche o americane) dovrebbero adattare la loro logica quantitativa ai bisogni, ai costumi e ai valori della nostra civiltà.»
Articolo tutelato dalla legge sul diritto d’autore, a firma di Davide Cufalo, pubblicato sul n. 986 del settimanale “Momenti di vita locale” nell’ottobre del 2009.

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