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Pippo Veneziano, ambasciatore nel mondo del bel canto riberese – I Puntata

Scritto da il 9 Apr 2011/ 09:42. Letto 2.095 volte. Registrato sotto Artisti, Cronache, Galleria Foto, In evidenza. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

Il maestro Pippo Veneziano ieri è andato in diretta Web su Brianza Channel, interpretando Ernesto nel Don Pasquale di Donizetti al teatro Manzoni di Monza. Tornato dal regno del Barhain, un giorno prima delle proteste in quel paese, spesso nei viaggi per il mondo ha incontrato riberesi amici nei posti più impensati: a Siviglia di notte dei compagni di scuola, a Buenos Aires, in estate, dei lontani parenti (Veneziano Hernandez, Herrera, Hortensius) conosciuti tramite facebook. Sarà in Nigeria, Ghana, (con un gruppo di ottoni scaligeri), poi in Canada per casa Sicilia in maggio. Dopo Madama Butterfly a Lugano, durante l’estate, sarà impegnato nell’opera “Mameli” di Leoncavallo,  e in Tosca, il tutto in mezzo a qualche giornata a Seccagrande. “Potremo continuare con storie ed aneddoti…visto che quest’anno compirò cinquant’anni!!!! Di cui quasi quaranta dedicati alla musica avendo iniziato pianoforte a 6 anni!” – ha detto Veneziano. La storia del nostro tenore riberese merita quindi il racconto in due puntate che proponiamo in esclusiva per i lettori di Sicania News.

La seconda puntata è stata pubblicata oggi, sempre su questo sito.

AGLI ALBORI DELLA CARRIERA
Ho cominciato qui a Ribera, sin da piccolo, a studiare pianoforte e teatro, prima dalle suore e poi con Giovanni Mangione, mio maestro di pianoforte oltre che di vita. Con la compagnia teatrale “I Giovani”, composta, oltre che da me, da Totò Nicosia, Mariella Spagnolo, Roberto Piparo, Sergio Indelicato, Misuraca ed altri, facemmo diverse tournée anche all’estero, con dei copioni di tradizione dialettale, ma anche Eduardo De Filippo tradotto in siciliano. Ricordo che il figlio di Eduardo venne a trovarci in America dove facevamo delle recite per i nostri connazionali. Oltre a studiare pianoforte ho sempre cantato, un po’ per dote naturale, un po’ per tradizione familiare: in casa mia si è sempre cantato, mio padre, mia madre, le mie tre  sorelle. In auto da e per Seccagrande o nei viaggi sulla 1100, si cantava sempre.

Noi sappiamo fare un po’ tutto!” – rivendica, con un pizzico d’orgoglio ed intima soddisfazione, una voce familiare sullo sfondo che ci da il benvenuto nel salotto accogliente dove il maestro Pippo Veneziano ha appena iniziato a raccontarci la sua esperienza d’artista.

QUANDO VENEZIANO DIVENTO’  MILANESE
A Milano, dove ho iniziato gli studi di medicina, frequentavo amici pianisti che stavano con me al pensionato; qui organizzavano, poco prima di partire per le vacanze, delle feste per intrattenere con il canto e la musica gli ospiti, anche dei vecchietti, giovani lavoratori e  persone con disagi vari. È stato l’amico pianista Corrado Greco ad incoraggiarmi a partecipare ad un’audizione in Conservatorio nel lontano ’82-’83 ritenendo la mia voce pronta per cantare. Quell’anno furono soltanto 33 le persone selezionate, me compreso, a fronte di un numero impressionante di aspiranti, 300-400 tra coreani e giapponesi con pochissimi italiani. Quel giorno avevo dimenticato lo spartito in università, per questo ho dovuto un po’ improvvisare accompagnandomi al pianoforte. La vera passione per la lirica proruppe in me vedendo i film, allora in voga, “Carmen” di Rosi con Domingo e La Traviata di Zeffirelli sempre con Domingo e la Stratas. Placido allora si alternava con J. Carreras  in Scala nella stessa Carmen e, dato che allora non era affatto semplice avere i biglietti (feci una fila anche di notte per  due gallerie), al cinema li rividi più volte.

Quando ha fatto la sua prima esibizione? Nel lontano ‘85 la prima riscoperta di un “Kyrie e Gloria” di Rossini alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano diretto dall’ungherese O.Maga con l’orchestra dei Pomeriggi Musicali. Poi tanta musica barocca, concerti ovunque. Lo Stabat Mater di Rossini inciso dal vivo in Duomo dalla Fonit-cetra. Nel 1989 da tenore aggiunto nel coro, con il maestro Muti, ne I Vespri Siciliani.
La sensazione che ho provato? È stata bellissima: facevo la parte del siciliano appoggiato ad una barca assieme ai colleghi del coro, ero vestito di nero con la barba nerissima. Subito Zeffirelli, il regista, mi mise tra i siciliani. Nella prima scena fu utilizzato il passito di Pantelleria, perché il regista voleva che si sentisse in teatro l’odore del passito durante il brindisi con i militari. L’opera è ambientata nel periodo della pace di Caltabellotta, ma Zeffirelli l’aveva trasposta a Palermo negli anni risorgimentali. C’erano gli ufficiali vestiti da austriaci e borboni, invece noi eravamo vestiti da siciliani. Nell’89 interpretai come aggiunto anche l’Attila con Samuel Ramey protagonista,dove Muti cambiò tre o quattro tenori tra cui l’ottimo catanese S.Fisichella. Nel ’90 ho fatto una stagione da aggiunto in arena, dove ho anche fatto l’attore in uno sceneggiato con Claudia Cardinale protagonista: mi avevano scelto per le mie fattezze greco-fenicie…. – spesso gli amici mi chiamavano il fenicio, era l’abbronzatura di Secca Grande!
Per un paio di anni alternavo studi di medicina e conservatorio. Poi ebbi l’opportunità con i pomeriggi musicali di Milano di entrare in contatto con membri dell’orchestra che faceva le stagioni musicali a Bergamo, d’estate, da dove partiva la tournée lombarda. Una volta inseritomi in questi gruppi, l’impegno divenne più intenso. I miei familiari sono venuti per la prima volta a vedermi esibire a La Bohème, al teatro grande di Brescia, dove io facevo Parpignol, e a vedere un altro concerto in un’abbazia.

I DURI ANNI DELLA FORMAZIONE – Somigli  a Kraus!
Ho conseguito il diploma di canto, cambiando vari maestri perché mi capitò di mezzo il servizio civile che allora era più lungo del servizio militare ma, grazie al quale, sono potuto restare in città e seguire le lezioni in conservatorio. Ho avuto Ferrando Ferrari, la signora Luisa Magenta che aveva cantato con la Callas, qualche lezione con Luigi Alva, con Pier Miranda Ferraro. Partecipai anche ad un altro piccolo MasterClass, cioè un corso di canto tenuto da Alfredo Kraus a Barcellona e a Torino. Più che lezioni erano occasioni di canto dove l’allievo cantava e il maestro Kraus gli suggeriva cosa poteva migliorare.

Quando mi fanno questa osservazione: “Somigli a Kraus! ” – ne vado fiero (per alcuni sembrerebbe un demerito) perché vuol dire che le lezioni sono servite. E questo consente alla voce di essere più longeva e di acquisire nel tempo meno difetti. Le lezioni ricevute impongono di seguire un certo tipo di esempio, di canone nel canto. Io sono una generazione di mezzo. Ai tempi in cui studiava la mia compagna Gabriella Ferroni – che ha lavorato con Domingo e Pavarotti – la tradizione del canto era talmente forte nel Centro e Sud-Italia che lei fece per 2 anni di seguito solo vocalizzi; andava tutti i giorni da casa sua a l’Aquila a Roma dal maestro Ricci che era il pianista di Beniamino Gigli. Erano i possessori della vecchia tecnica del Cotogni del bel canto italiano.

Allora chi faceva il canto seguiva una disciplina ferrea, quando uno andava a lezione dai maestri provava la sensazione di entrare in un Olimpo di persone eccelse, in un mondo a parte. Finché ho fatto le prime audizioni, c’era questo alone di personalità, gente che “guai a  fare un suono sbagliato, guai a presentarsi non vestiti in un certo modo”. Cosa che adesso è completamente cambiata: chiunque riesca a fare 3 versi tenorili, se è un bel ragazzo, rischia di fare carriera, magari per un paio di mesi. Diventare il divo del momento per poi scoprire di non essere per niente adatto. Infatti, non appena arrivi nella parte seria della professione vieni messo da parte come è accaduto, di recente, a quel ragazzo che aveva vinto alla trasmissione della De Filippi. La nostra professione è come l’artigianato della musica, della voce. Lo strumento ce l’hai dentro, per cui hai bisogno di tenerlo sempre a punto.

IL DIALETTO SICILIANO CANTATO
Tutti i dialetti cantati del Sud aiutano molto la “proiezione” della voce, invece, non aiuta la voce parlata essendo abbastanza bassa e con suoni gutturali. I limiti della lingua parlata sono però correggibilissimi, dato che oggi si viaggia molto di più si è costretti ad esprimersi in varie lingue, mentre ai tempi di Schipa e di Di Stefano liberarsi della pronuncia pugliese o siciliana era un problema. Per Giuseppe Di Stefano i primi tempi furono davvero problematici, dato che in casa sua i genitori parlavano soltanto dialetto catanese. Lo mandarono in seminario sia per studiare, sia per correggere questo suo modo di parlare. “Ma come parli, italiano o arabo?” – gli dicevano i compagni che non lo capivano. Poi in seminario ha scoperto di avere un’ottima dote vocale. È morto per un banale incidente nella sua villa in Kenya, di proprietà dell’ultima moglie, reagendo alla rapina di due energumeni che lo hanno picchiato selvaggiamente. Una voce e una persona leggendaria.

La dote vocale un po’ deve esserci di natura, dopo bisogna seguire una scuola. Io ho una voce naturalmente impostata un po’ per fattori ereditari, un po’ perché ho imparato a farla funzionare, in palcoscenico imitando i protagonisti che avevo a due passi, ma anche sentendo molto dai dischi e dalle prassi esecutive del passato. Allora, dicevo, era in voga Placido Domingo, cantante moderno, non la voce legata ai canoni di un B.Gigli, ma una voce, nell’uso moderno del termine, al servizio del personaggio recitato. Domingo è stato la via di mezzo tra il tenore che si mette a gambe larghe, bellissima voce e fa l’acuto, ed il tenore che recita anche come attore del cinema. Quindi la gente che paga il biglietto va a vedere l’opera come fosse uno sceneggiato televisivo.

Leggi la seconda parte dell’intervista, pubblicata sempre su questo sito, oggi sabato 9 aprile.
In esclusiva per voi sono state pubblicate anche alcune foto del concerto di Pippo a Sciacca che si è svolto due anni fa al Castello Luna col maestro Carrubba ed il soprano Maria Gabriella Ferroni, con la partecipazione anche di Lorenzo Caltagirone.
I capitoli della seconda parte del racconto-intervista qui pubblicata sono:
Pippo nei panni del Duca di Mantova o di Alfredo
– Pippo approda alla Scala nell’epoca dei tre tenori
– Veneziano ambasciatore del canto lirico a Tokyo
– I problemi “di sempre” dei Teatri italiani
– Lo “stile Veneziano” in concerto
– Canti di terra di mare di Sicilia
e, dulcis in fundo,
– Pippo scopre la luna .…

Appuntamento con i lettori di Sicania News per la seconda puntata del racconto “Pippo Veneziano, ambasciatore nel mondo del bel canto riberese”

Articolo Intervista di Davide Cufalo (c) 2011 SicaniaNews.it
Vietata la riproduzione. L’uso è permesso previa richiesta e con citazione di fonte.

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1 Commento per “Pippo Veneziano, ambasciatore nel mondo del bel canto riberese – I Puntata”

  1. Bravo Pippo,
    un grande !

    saluti e sempre ad majora !

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