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Il carretto siciliano di Giuseppe Capitò

Scritto da il 28 ott 2010/ 14:28. Letto 3.330 volte. Registrato sotto Galleria Foto, Letture. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

Foto da "Il Carretto Siciliano" di Giuseppe Capitò

Foto riprese dal testo "Il Carretto Siciliano" di Giuseppe Capitò, edito da Sellerio editore

Affaccia a la finestra, torcia d’ora, ca sta canzuna è cantata pi tia – intonava il carrettiere di Capaci per incantare la donna amata, o pigniddu d’oru (piccola pigna d’oro) nelle parole del giovane innamorato.
Il carretto siciliano di Giuseppe Capitò, riedito nel 2008 da Sellerio in una veste grafica di pregiata fattura è il frutto di un certosino lavoro da etnoantropologi. Il libro contiene diversi saggi di autorevoli cultori dell’arte siciliana del carretto, inclusa una raccolta di canti inediti di carrettieri. Il carretto siciliano è vera e propria arte popolare, condensata in ben 144 illustrazioni e 95 tavole a colori, pensata allora per essere fruita ed esibita in pubblico e parte di un mondo sociale a tratti perduto che rivive sulle pitture e decorazioni del carretto come nei canti dei carrettieri.
Un saggio dell’opera descrive il mondo dei carrettieri, sopravvissuto all’oblio grazie ai racconti e ai canti dei “maestri”, che conservano un’alta concezione del proprio mestiere e del tipo di vita che conducevano, al punto da rimarcare la propria differenza rispetto al mondo contadino. Tavula ricca e tistamentu poviru – ripetono i carrettieri riferendosi al loro modo di vivere. Al carrettiere, sovente proprietario di un mezzo di trasporto, quale era il carretto, e raramente alle dipendenze di qualcuno, poco importava la necessità di risparmiare presente nei discorsi dei contadini, che anzi, quando potevano, i carrettieri amavano riunirsi in casa di un “collega” per fare un po’ di baldoria e cantare alla carrittera, secondo uno stile d’esecuzione particolare. Traspare dalle testimonianze raccolte la volontà di ex carrettieri, quali il vecchio zu Matteu di Capaci o Giovanni Tresa, zu Vanni, di restare fedeli alle tradizioni: uguali sono rimasti i ritmi esistenziali e i comportamenti, come la voglia di riunirsi e perpetuare i canti di un passato che non rinnegano, forse in virtù del maggiore benessere di cui godevano allora rispetto all’amara condizione di sfruttamento dei contadini nel latifondo.
Il ceto sociale dei carrettieri si espanse e i carretti siciliani cominciarono ad affollare le città, al punto che tra il 1913-18 se ne contavano circa 5mila a Palermo, non appena si intensificarono gli scambi commerciali e venne realizzato un adeguato sistema viario atto assicurare i collegamenti tra la città e la campagna. Pur trattandosi di strade dissestate e prive di ponti, il carretto si prestava a percorrerle in virtù di due particolari caratteristiche costruttive, come l’altezza delle ruote o il gioco delle boccole sulle rondelle, realmente utili a parere di Antonino Buttitta, autore dell’introduzione: egli dubita che un mezzo di trasporto più basso e dalla rotazione rigida potesse risultare adatto a percorrere strade come le trazzere cosparse di buche talora ampie e profonde, a differenza del Capitò che reputa il carretto un veicolo tecnologicamente sbagliato. La particolarità delle boccole, sorta di cilindri di bronzo infissi nei mozzi delle ruote, che col carro in movimento urtano di continuo contro il ferro delle rondelle, producendo un tintinnio particolare, si spiega pure con il desiderio del carrettiere di avere con sé un valido accompagnamento musicale. Egli, durante i suoi lunghi viaggi, canta a distesa per lungo tempo, canzoni d’amore il più delle volte, piene di sentimento e di poesia: Specchiu di l’occhi mei, unic’aggettu; Vita chi duni vita all’arma mia.


I carrettieri divennero i protagonisti dei collegamenti commerciali, oltre che i committenti dei carretti di cui seguivano con scrupolo le diverse fasi di lavorazione, dalla costruzione al lavoro di coloritura, di perfilatura, fino alla pittura complessiva del carro e dei pannelli laterali, o masciddara. Il carrettiere era un cliente molto esigente: ci teneva ad avere il carretto più bello, così lo esaminava ancora grezzo e ne verificava «n’tonu», cioè il suono delle boccole di bronzo, che al suo orecchio esperto e diffidente poteva rivelare eventuali difetti di costruzione. Era lui ad indicare al pittore quali scene e personaggi raffigurare. La pittura del carro era molto cara, circa 300 lire nel 1910, a fronte delle 250-300 lire che era il costo della sola costruzione.
I laterali del carretto si prestavano a rappresentare dei cicli narrativi, in ciò rispondendo al gusto dei ceti popolari per il racconto epico che passa attraverso le immagini. Prova ne è l’assoluta prevalenza dei pannelli del genere cavalleresco sugli altri, ispirati a una tematica largamente diffusa in mezzo al popolo attraverso i cantastorie e l’opera dei pupi.
Davvero interessante la descrizione del metodo di esecuzione delle pitture sui pannelli del carro ad opera dell’artista pittore che custodiva gelosamente, quali ferri del mestiere, i cartoni (o vilini), eseguiti ad inchiostro o a matita su carta, con lo schema generale delle varie scene da raffigurare e persino l’indicazione del colore da usare in ogni singola parte delle figure.

Si sarebbe tentati di sminuire l’importanza di questa arte apparentemente ripetitiva di forme, il che è tipico dell’arte popolare. In realtà, le illustrazioni cui il pittore dei carri si ispira non arrivano direttamente sulle fiancate, ma in maniera mediata attraverso il filtro costituito dalle vilini. Nel passaggio alla vilina, l’immagine originaria viene ridotta a struttura, per poi essere trasferita sulla fiancata mediante una tecnica che è diversa da quella del modello originario. In tal modo il pittore infonde il suo stile ai personaggi e alle scene raffigurate.

Fonte: settimanale “Momenti di vita locale”

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