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Pippo Veneziano, ambasciatore nel mondo del bel canto riberese – II Puntata

Scritto da il 9 Apr 2011/ 09:52. Letto 2.251 volte. Registrato sotto Artisti, Cronache, Galleria Foto, In evidenza. Puoi seguire la discussione attraverso RSS 2.0. Puoi lasciare un commento o seguire la discussione

>Foto del concerto di Pippo Veneziano a Sciacca che si è svolto due anni fa al Castello Luna col maestro Carrubba ed il soprano Maria Gabriella Ferroni, con la partecipazione anche di Lorenzo Caltagirone.
Leggi la prima parte di questa intervista
Una volta il tenore riberese Pippo Veneziano, in una delle sue introduzioni, presentando la scena di Bohème in cui il tenore si rivolge alla luna, ha voluto ricordare per analogia le sensazioni che lui stesso prova quando si trova d’estate nella sua casa di Seccagrande…..

Pippo nei panni del Duca di Mantova o di Alfredo
Come personaggi operistici, mi identifico di più nel Duca di Mantova o in Alfredo che sono dei personaggi dove si può già personalizzare e rendere umani e reali i personaggi. Ad esempio nel finale di Traviata o in certe scene del Rigoletto: in un ruolo hai bisogno di essere spavaldo in un certo modo; nell’altro, sei a contatto con una persona morente, quindi devi mettere nella voce qualcosa che dia agli spettatori il senso di chi è a contatto con la morte. La voce deve avere qualcosa che va al di là del canone normale. Si arriva al finale delle opere molto stanchi, bisogna pertanto mascherare la stanchezza sia fisica che vocale.

Pippo approda alla Scala nell’epoca dei tre tenori
Dopo che nel 1991 ho vinto il concorso in Scala, come tenore del coro, ho dovuto ridurre gli altri impegni che prima ero libero di accettare. Prima ho lavorato moltissimo in diversi ruoli, andavo spesso a Lugano, diversi giorni la settimana, a fare parte di un gruppo di 24 solisti con i quali facevamo oratori, messe di Mozart. Una palestra di bel canto, di musica barocca che mi serve ancora oggi, pur cantando in ruoli di tutt’altro genere. Adesso con l’impegno in Teatro ho difficoltà ad accettare altri incarichi. La Scala è uno dei pochi teatri in Italia dove si lavora tantissimo, tutti i giorni, anche sabato e domenica, escluso il lunedì che è il giorno di riposo. Per i primi anni ho ridotto di poco l’impegno fuori dell’orario della Scala: tanti Requiem di Mozart, qualche concerto in Duomo, qualcosa con gli amici di Lugano; finché nel 1995, dopo essere stato a Tokyo col Teatro alla Scala, ho ricevuto l’offerta da parte di due sponsor romani di fare dei concerti per l’ambasciata italiana. Fino a quel momento avevo fatto soltanto il tenore rossiniano (Barbiere di Siviglia cantato più di trecento volte), al massimo Elisir d’amore (con la famosa Furtiva lagrima), ruoli di carattere leggero e acuto. Invece, per quel tipo di lavoro, avrei dovuto cimentarmi quasi tutti i giorni con il repertorio completo, il che significava mettere la voce anche a dura prova perché i concerti prevedevano tutto il repertorio tenorile fino a Nessun dorma.

Veneziano ambasciatore del canto lirico a Tokyo:
il sodalizio artistico con il pianista napoletano Enzo Di Amario

Dopo i mondiali del ’90 era “scoppiata” l’epoca dei tre tenori, José Carreras, Placido Domingo, Luciano Pavarotti, i quali si esibirono il 7 luglio a Roma alle Terme di Caracalla, mescolando alcune fra le più importanti arie liriche con brani provenienti da tutto il mondo, di tradizione decisamente meno colta ma ugualmente coinvolgenti. Da quel momento noi cantanti lirici dovemmo sottoporci – e lo faccio con piacere – all’usanza di mischiare la lirica con la musica non proprio da opera. In realtà già Schipa, Gigli, Di Stefano, Del Monaco e altri si cimentavano spesso per tradizione in repertori leggeri (si pensi a Vivere, Torna a Surriento, Mamma, o Un amore così grande). In questo lavoro, da adattare per il pubblico di Tokyo, mi sono tornati utili sia i miei trascorsi sulla musica popolare, – con la chitarra “armeggiavo” per l’occasione pezzi siciliani, napoletani, spagnoli e sudamericani – sia la complicità artistica con il bravissimo pianista Enzo Di Amario, un ragazzo napoletano, che fuggito su una nave ad appena 16 anni, arrivato in Giappone, ha intrapreso lì la carriera di pianista; adesso ha messo su una bella azienda musicale assieme alla moglie giapponese.

In quel tipo di tournée – sono stato lì diverse volte, tre mesi, due mesi, un mese e mezzo – ho sperimentato tutte le possibilità della mia voce: dalle canzonette alle cose più impegnative, dato che i concerti prevedevano una serie di pièces, anche in giapponese, russo. Dovevamo variare il programma di volta in volta, sempre mischiando le musiche napoletane, siciliane, ed in questo lavoro Di Amario era mio “complice”. Se, ad esempio, c’era di turno l’ambasciatore americano ci mettevamo dentro dei pezzi di Bernstein.

Durante la tournée in Giappone ho sperimentato tutte le potenzialità della mia voce compresi i limiti. Ho cominciato dal 2000 in poi ad inserire Rigoletto, La Traviata, opere di Donizetti un po’ più pesanti, come Lucia di Lammermoor fino a Poliuto. Ultimamente mi propongono più ruoli da tenore maturo come in Tosca, Cavalleria. Nei recital cantò un po’ di tutto, anche in La forza del destino, in sostituzione di grandi colleghi. Il mio impegno attuale si divide tra Scala e trasferte all’estero, ad esempio in Svizzera, visto che in Italia inserirsi nei cartelloni non è sempre facile e non sempre vale il merito.

I problemi “di sempre” dei Teatri italiani
I problemi dei teatri italiani sono sempre gli stessi, uno di natura economica, dato che la sovvenzione statale si assottiglia sempre più, l’altro, di natura più “politica” in quanto la direzione dei Teatri viene spesso affidata a persone che conoscono poco il funzionamento di un teatro, sia dal punto di vista gestionale, sia artistico.Non è il caso della Scala. L’investimento culturale ed economico dello Stato italiano sfiora appena l’1% del P.I.L., a differenza di paesi europei come la Germania e la Francia, dove il Teatro d’opera italiano vive ed esiste, e lo Stato investe in cultura tra il 7 e l’8 % del P.I.L.

Per quanto riguarda il Teatro alla Scala, il suo principale problema è quello di chiudere il bilancio in pareggio in modo da poter accedere ad alcuni benefici prevosti da una legge assurda varata di recente. Da una parte tutti i Teatri rivendicano una certa autonomia gestionale, ma non appena La Scala, sta per raggiungerla si scatenano le proteste degli altri campanili teatrali…..vecchi vizi italici!

Lo “stile Veneziano” in concerto
Nei concerti ho sempre evitato lo schema “esecuzione – applauso – esecuzione….”, cercando di rendere fruibile il concerto anche ai meno esperti in campo musicale. Per loro faccio una sorta di lezione introduttiva, magari raccontando qualche aneddoto sugli autori o esecutori, per i più ferrati in materia, invece, l’aneddoto da me raccontato può suscitare curiosità su di un particolare aspetto.

Non tutti i cantanti si sottopongono a questa lezioncina, perché lo sforzo parlato, insieme a quello cantato, rappresenta un aggravio in più per la voce. In genere per i cantanti, parlare e cantare sono due cose antitetiche: molte volte prima di cantare si deve stare zitti per un po’ di tempo. Nei recital, però, l’accoppiamento voce parlata e cantata è più facile dato che sai cosa devi cantare. Molto spesso ho utilizzato autori siciliani, sono partito con un pezzo di Bellini per aprire un discorso sulla mia origine siciliana.

Canti di terra di mare di Sicilia
Possiedo alcuni studi che ho fatto ai tempi del cd su Alberto Favara, quel disco Canti di terra di mare di Sicilia ed alcune registrazioni di Giuseppe Ganduscio, che era un cantante di musica etnica, popolare nostrana, perché ripresi direttamente dai canti sul lavoro. Ho conosciuto a Casa della Cultura, a Milano, il prof. Leydi, grande studioso di etnomusicologia, al quale ho chiesto consigli sui canti da scegliere per il disco. Lui mi diede un po’ di registrazioni fatte qui a Ribera, con le voci di una certa signora Aprile – mi pare di ricordare – che cantava ninna nanna ed altri pezzi riberesi di musica popolare. Da lui ebbi anche l’intervista di Ganduscio concessa a Luciano Berio, durante la quale il pacifista riberese cantava diversi pezzi e ne spiegava il significato sia letterario, sia musicale.

Pippo scopre la luna, … di Seccagrande
Una volta Pippo Veneziano, in una delle sue introduzioni, presentando la scena di Bohème in cui il tenore si rivolge alla luna, ha voluto ricordare per analogia le sensazioni che lui stesso prova quando si trova d’estate nella sua casa di Seccagrande: “Ricordo quando mi affaccio sul balcone di casa mia a Seccagrande e mi sorprende dinanzi a me la visione della luna…., come può testimoniare uno dei presenti tra il pubblico… ” – una frase che allora portò la curiosità di tutto il pubblico ad appuntare gli occhi sull’unico riberese presente al concerto…. “Tutti si giraru pi mia, mi taliavano….. Risate….” – testimonia oggi il “malcapitato” nostro concittadino, alquanto divertito da quell’episodio che mise lui al centro dell’attenzione, ma che indirettamente funzionò anche da efficace messaggio pubblicitario per far conoscere Seccagrande.

Articolo Intervista di Davide Cufalo (c) 2011 SicaniaNews.it
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